mercoledì 19 giugno 2013

Lo ammetto: io adoro I promessi Sposi.


Ebbene sì, lo ammetto: io adoro I promessi Sposi.
Proprio quel mattone che si è costretti a studiare di malavoglia a scuola, in un susseguirsi di noiose descrizioni, addii ai monti imparati a memoria, panni sciacquati in Arno e un autore, il Manzoni, che non sembra brillare per simpatia.
Eppure …

Eppure se I promessi Sposi sono da secoli considerati un capolavoro, un motivo deve pur esserci.

In realtà i motivi sono tantissimi: chiudete gli occhi e provate per un attimo a dimenticare il noioso romanzo studiato da ragazzi. Cercate di immaginare un secolo, il Seicento, come un turbinio di colori, sfarzi, ampollosità, ricchi prepotenti, uomini scellerati e violenti a cui fa da contraltare una massa di poveri senza diritti, in balia dei “signori”.
Ecco presentarsi, quasi a fare da cerniera, personaggi comici e rocamboleschi come Don Abbondio, curato di campagna per il quale il quieto vivere è la cosa più importante: provate a immaginare cosa deve aver sentito quando, in fondo alla stradina che percorre per tornare a casa, individua due loschi figuri che, vedendolo, si danno di gomito e si avvicinano.
E da allora gli eventi si rincorrono vorticosamente, con falliti matrimoni e rapimenti, fughe, minacce, colpi di scena, separazioni, soprusi, vendette, terribili epidemie …
Trovo drammaticamente indimenticabile la scena di Fra Cristoforo, umile frate, che osa recarsi nel castello di Don Rodrigo a minacciarlo, puntandogli un dito in faccia e provocando il terrore, immediatamente smorzato nell’arroganza, del nobile prepotente che, pur di non dar voce alla sua paura, gli afferra la mano e lo caccia via.

Io adoro i Promessi Sposi perché lo trovo un romanzo ironico e a tratti comicissimo. D’altronde come non ridere con il Manzoni per la pettegola Perpetua che nessuno ha voluto, ma che continua a dire di aver rifiutato tutti i pretendenti? E che dire del rocambolesco, fallito tentativo di matrimonio a sorpresa, quando gli oppressi sembrano oppressori, con quella indimenticabile frecciata finale del Manzoni: “Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza di un oppressore;eppure, alla fin dei fatti era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente ai fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo…voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo”.

Non è risparmiata dall’ironia neppure la folla, ad esempio quando assalta i forni distruggendoli, inducendo Renzo a chiedersi in quale modo pensi di poter ottenere il pane, avendo ora distrutto i forni: nei pozzi?
E adoro la scena dei due capponi, sballottati per tutto il tragitto che compie Renzo per andare dall’avvocato Azzeccagarbugli (non me ne vogliano gli avvocati, però che fantastico soprannome!), fino a quando il giovane torna a casa di Lucia e Manzoni  ci dà un ultimo ragguaglio sulla situazione dei due volatili: “entrando con un volto dispettoso insieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l’ultima triste vicenda delle povere bestie, per quel giorno”. 

Sullo sfondo, pagine così violente che si fa fatica a leggerle e che oggi troverebbero felicemente posto in un film dell’orrore: la peste, i cadaveri deformati che infestano le strade, gli untori, i monatti con i campanelli, la disperazione della gente, l’ indimenticabile lirismo della scena della madre di Cecilia…

E Lucia, questa figura femminile che ci viene sempre tramandata come delicata e fragile, quasi ornamentale, e che, invece, ha una forza interiore incrollabile, capace di far convertire persino un uomo di violenza inusitata come l’Innominato, uno dei personaggi più affascinanti e suggestivi della letteratura di tutti i tempi. Meraviglioso il dialogo tra i due, con lei inginocchiata ai  suoi piedi e lui tormentato da un rimorso a cui ancora non sa dare un nome, “quel demonio nascosto nel suo cuore”…

Che dire, inoltre, dell’agghiacciante racconto della Monaca di Monza e di quel terribile padre, che oggi non si farebbe fatica a definire un mostro?

Trovo che rileggere i Promessi Sposi a distanza di tempo, lontani dai banchi di scuola, sia come vedere il davanti di un arazzo di cui negli anni precedenti si è tessuto il retro e ammirarne finalmente lo spettacolare disegno.


martedì 18 giugno 2013

La dama con lo stendino


Al centro dell’affresco “La scuola di Atene” troneggiano le due figure imperiose di Platone ed Aristotele, il primo ad indicare il cielo, l’altro la terra.
Due gesti soltanto per illustrare con immediatezza due opposti modi di concepire l’universo.

Mi chiedo, dunque: esistono gesti in grado di rappresentare le persone?
Esiste un solo gesto capace di definire con estrema precisione il carattere di un individuo?

Inoltre: se per ignoti motivi  grandi artisti del passato, come Leonardo da Vinci o Raffaello, fossero ancora vivi e avessero un irrefrenabile desiderio di ritrarre la donna d’oggi, con quale gesto la rappresenterebbero?
Esiste un unico, inequivocabile gesto in grado di esprimerne la personalità?

Un momento: Leonardo oggi con ogni probabilità non “arriverebbe a fine mese” facendo la vita dell’artista e verosimilmente il suo infinito talento dovrebbe mortificarsi in un impiego più comune.
Magari Leonardo oggi farebbe il pubblicitario.
Il Pubblicitario?!?

E come ritrarrebbe il Leonardo-pubblicitario la donna d’oggi?

Palesandone i sentimenti, i dolori, le speranze?
Beh, così il prodotto non venderebbe!
Sulla scia della lezione di molti “creativi” italiani dell’ultima generazione, forse anche Leonardo raffigurerebbe la donna nella sua “funzione d’uso”, magari voluttuosamente distesa sul cofano di una Porsche o con in mano un mestolo, mentre sorride beata alla scatola di conserve.


Cosicché, invece della dama con l’ermellino, oggi potremmo forse ammirare la dama con lo stendino ….

domenica 16 giugno 2013

L'impegno di un uomo impegnato con una donna impegnativa


Alzi la mano chi tra le esponenti del gentil sesso non si è mai imbattuta nel tipo troppo impegnato per impegnarsi. Ma guardiamolo più da vicino, questo esemplare, purtroppo nemmeno in via di estinzione, di mammifero bipede.
Il modo di fare di questo soggetto, che per comodità chiameremo Mr Right (ma è right solo nella sua testa, right?) è solare, divertente, ironico, leggero e tutte queste caratteristiche lo hanno reso interessante agli occhi di una Lei, per la quale non spenderemo acronimi né nomi propri, giacché il pronome ne universalizza la condizione.

Cosa non da non dimenticare è che Mr Right è una persona impegnata. Impegnata nell’accezione più variegata del termine. Impegnata in interminabili riunioni, impegnata davanti ad uno schermo che trasmette le immagini edificanti di 11 persone in mutande, impegnata a sollevare pesi, impegnata a coltivare rapporti di ogni tipo. Insomma, è decisamente impegnato. E lei? Risulta troppo impegnativa per un tipo tanto impegnato come il nostro Mr Right.

Viene condotta con un balzo repentino nell’allegra vita circense di Mr Right, svolgendo con maestria, come si confà ad una vera artista da circo, il ruolo di un equilibrista e di un saltimbanco, attenta a stabilire il nuovo record di attività svolte al secondo, nella fattispecie tragitto ufficio casa/doccia/trucco/parrucco/vestizione/sorriso/serata con Mr Right, destinazione ignota, perché, ricordiamolo, Mr Right ama le sorprese. Errata corrige: Mr Right ADORA le sorprese, per usare un verbo a lui congeniale, applicabile pressoché ad ogni campo dello scibile umano, dal gelato al puffo, alla teoria della metempsicosi.
D’altronde trattasi di verbo poco impegnativo e Mr Right, pur essendo impegnato su molteplici fronti, ADORA le cose poco impegnative.

Dunque, la vita di Lei diventa una girandola di eventi durante i quali deve ottemperare al compito di accompagnatrice sorridente e consenziente, mettendo in luce il suo ruolo migliore: quello decorativo.
Il suo modello di riferimento è quello della lampada IKEA, mod. Girasole, disponibile nei colori del bianco e del nero: la monti quando vuoi e l’impegno economico è minimo, per cui, se si rompe, la perdita non è rilevante.

Non pensiate, tuttavia, che Mr Right non dimostri attenzioni verso Lei: talvolta, strano ma vero, ne ascolta addirittura i pensieri, i desideri, le rimostranze, puntando poi deciso ai desideri: i suoi. D’altronde il capitolo “rimostranze”, con relativo ed ignorato decalogo, merita un approfondimento.
Il dizionario Zanichelli Smart, al quale si affida ciecamente il nostro Mr Right, riporta la seguente definizione: “Sono ascrivibili alla categoria rimostranze tutte quelle manifestazioni, tipiche dell’uterino universo femminile, atte ad indirizzare l’attenzione del soggetto maschile su inesistenti problematiche di ordine metafisico”.
A queste rimostranze che possono, nei casi più gravi, addirittura sfociare in palesi manifestazioni d’amore, il nostro Mr Right risponde, non necessariamente in quest’ordine:
1) cambiando repentinamente discorso (sport nel quale si laurea campione europeo dopo una combattutissima finale con il campione spagnolo Pindaro)
2) attingendo al suo massiccio bagaglio di umorismo becero, appreso durante la frequentazione di corsi accreditati tenuti dal docente Prof. Tomas Milian
3) ridicolizzando le suddette rimostranze attraverso il fagotto pervenutogli in eredità dal movimento culturale “L’uomo che non deve chiedere mai” secondo cui, quando la fonte è una bocca femminile, i contenuti espressi non hanno credibilità alcuna.


Ora, dopo che Lei sciorina a Mr Right tutto quanto sopra esposto, lo prega di non azzardare risposte, che si ridurrebbero ad un mero esercizio di stile, attività nella quale Mr Right eccelle. Tuttavia il motivo più importante in virtù del quale Lei non gradisce risposte, è un altro: non ha tempo di ascoltare. E’ impegnata.

Contro i mulini a vento


C’è un velo di struggente tristezza nelle pagine del Don Chisciotte di Cervantes: il folle cavaliere di un piccolo paese della Mancia che, dopo aver letto decine di libri che hanno per protagonisti prodi cavalieri, decide di imitarne le gesta. Perciò si procura l’armatura dei suoi avi, ribattezza il suo magro cavallo Ronzinante, si attribuisce il titolo di  Don Chisciotte della Mancia ed elegge come sua nobile dama una contadina del luogo, alla quale cambia il nome in Dulcinea del Toboso: a lei l’improbabile cavaliere dedicherà tutte le imprese, nelle quali sarà seguito da un povero contadino, Sancho Panza, persuaso a fargli da scudiero. Le sue mirabolanti avventure lo vedono combattere contro i mulini a vento, scambiati per orribili giganti, vedere fastosi castelli in squallide osterie, eserciti di soldati in miti greggi di pecore. Perseguitato dalla storia, deriso da tutti, Don Chisciotte ha una follia punteggiata da momenti di lucidità estrema. Ma proprio quando sembra rinsavire eccolo tornare a trasfigurare la realtà attraverso una fantasia foraggiata da anni di letture avventurose. Intorno a lui un variegato universo di personaggi ai quali la maestosa penna di Cervantes assegna un registro linguistico diverso: una polifonia di voci indimenticabili, che tratteggiano con un realismo spesso spietato la Spagna dell’epoca, in un acquerello indimenticabile di colori.
Indomito idealista, eroe romantico, folle buffone, Don Chisciotte ci consegna un personaggio
che  incarna le debolezze, le contraddizioni,
gli impeti e gli errori della maggior parte degli uomini, oggi più che mai attuale e per questo immortale. 
Resta da chiedersi: quali sono i mulini a vento di oggi? E c'è ancora voglia di combattere per quello che si ritiene vero?

giovedì 13 giugno 2013

Un'altra vittima delle mutilazioni genitali


Soheir Mohamed, 13 anni, è morta una settimana fa in Egitto a causa della mutilazione dei genitali. Il medico che ha praticato l'intervento clandestinamente, Aslan Hammouda, è stato appena rimesso in libertà in attesa del processo. Lui si difende, sostenendo di aver agito senza negligenza su richiesta della famiglia della ragazzina: “L’intervento è andato bene e la bambina non ha perso sangue”, dice convinto. Intanto ha offerto dei soldi ai genitori perché non sporgessero denuncia.
La madre della vittima ha rifiutato i soldi ed è andata alla polizia, accusando il dottor Hammouda di aver ignorato le preoccupazioni della ragazza che gli aveva chiesto se l’influenza che aveva contratto avrebbe potuto causare complicazioni. “Ha risposto di no e le ha detto di presentarsi il giorno dopo, a digiuno”.

In Egitto si muore ancora di mutilazioni dei genitali femminili. I dati ufficiali sono agghiaccianti: oltre il 90 per cento delle donne di età compresa tra 15 e 49 anni le ha subite. Tre minorenni su quattro, una percentuale che lascia senza parole. E invece bisogna trovarle le parole e fare in modo che ad esse seguano i fatti.

La legge  vieta dal 2008 le mutilazioni genitali, ma le famiglie come quelle di Soheir si rivolgono ai centri privati, dove, tra l'altro, ci sono lunghissime file. Una barbarie disumana per garantire la verginità delle donne anche a costo della loro stessa vita.

Gli organismi delle Nazioni Unite protestano, il mondo si scandalizza, intanto, Soheir non c’è più. A cosa sarà valso il suo sacrificio? Sarà sufficiente ad evitare che si formino ancora le code davanti ai centri dove, clandestinamente, si praticano queste atrocità? Le mutilazioni genitali femminili continuano in moltissimi paesi, non solo in Egitto.
Cosa si può fare che non è ancora stato fatto per fermare questo fenomeno ignobile?

mercoledì 12 giugno 2013

Noche oscura del alma


1 - In una notte oscura,
con ansie, in amori infiammata,
- oh felice ventura ! -
uscii, né fui notata,
stando già la mia casa addormentata.

2 - Al buio uscii e sicura,
per la segreta scala, travestita
- oh felice ventura! -
al buio e ben celata,
stando già la mia casa addormentata.

3 - Nella felice notte,
segretamente, senza esser veduta,
senza nulla guardare,
senza altra guida o luce
 fuor di quella che in cuore mi riluce.

4 - Questa mi conduceva
più sicura che il sol del mezzogiorno,
là dove mi attendeva
Chi bene io conosceva
e dove nessun altro si vedeva.

5. - Notte che mi hai guidato!
O notte amabil più dei primi albori!
O notte che hai congiunto
l'Amato con l'amata,
l'amata nell'Amato trasformata!

6. -Sul mio petto fiorito
che intatto per lui solo avea serbato,
Ei posò addormentato,
mentre io lo vezzeggiava
e la chioma dei cedri il ventilava

7. -Degli alti merli l'aura,
quando i suoi capelli io discioglievo,
con la sua man leggera
il mio collo feriva
e tutti i sensi miei in sé rapiva.

8. - Giacqui e mi obliai,
il volto sul Diletto reclinato;
tutto cessò, e posai,
ogni pensier lasciato
in mezzo ai gigli perdersi obliato.


San Juan de la Cruz

Questa è una delle mie poesie preferite. Mi segnalate le vostre?

martedì 11 giugno 2013

Se l'altra metà della mela ha il verme dentro:)


È una verità universalmente riconosciuta che un uomo in possesso di un paio d’occhi debba necessariamente sottoporre ad attenta analisi qualunque esponente di sesso femminile intercetti il suo campo visivo.
La cosa interessante, se notate bene, è il suo “sguardo di rientro”, ovvero l’espressione a metà strada tra il colpevole e l’attonito quando all’improvviso si accorge che lo state osservando e che avete palesemente assistito alla traiettoria dei suoi bulbi oculari durante l’intera fase di perlustrazione.
Generalmente lo sguardo di rientro è accompagnato da un sorriso complice, che vorrebbe sminuire la gravità del misfatto, ma che, il più delle volte, non fa che accentuarne la serietà, innervosendo oltre modo. Le giustificazioni addotte a tale comportamento spaziano dalla biologia alla hobbistica, tirando in ballo Darwin o i vecchi detti secondo cui “l’uomo è cacciatore”. I nostalgici di Julio Iglesias potranno anche abbozzare un “quando un uomo tradisce, tradisce a metà”, i più intonati addirittura cantarlo.
Resta da stabilire a che tipo di selvaggina appartenga la fanciulla che è stata poc’anzi oggetto delle sue attenzioni, e verosimilmente delle sue fantasie, e che tipo di vino abbinarvi.
La cosa diventa ancora più complessa quando dal settore oculistico si passa a quello dialettico dove, complice l’utilizzo alternato di un unico emisfero cerebrale, gli uomini sono perdenti in partenza. Il problema che nella quasi totalità dei casi li frega è la mancanza di coerenza dei loro racconti; sottovalutano, infatti, il radar collocato in un punto imprecisato dell’organismo femminile che consente il ritrovamento immediato di qualsivoglia incongruenza narrativa.
Esempio:
“Ricordo ancora la splendida vacanza di tre anni fa con gli amici in Svezia … che bel paese!”
“Ah, che bravo che sei … e lei come si chiamava?”
“Ma chi, Ingrid?”
“ Ah, è così che si chiamava?”
“Lei? Il nome non  lo ricordo… sono passati tre anni… e poi mica vado per questo in vacanza, io!”
“Un po’ pochi tre anni per dimenticare un grande amore, non credi?”
“Grande amore? Ma no, figurati, era una cosa così… sai com’è, quando si sta in vacanza tra uomini, quelle cose goliardiche”
“Quindi ammetti che è per questo che vai in vacanza con gli amici!”
“Ma figurati! E forse non si chiamava nemmeno Ingrid…”
“Forse?”
“Beh, Ingrid, o qualcosa del genere, insomma, adesso, così su due piedi… Ti ho già detto che sei bellissima stasera?”

Qui termina il dialogo, mentre l’ultima inquadratura sfuma sul viso viola di rabbia di lei e il labbro tremante di lui, nel vano tentativo di blaterare qualcosa di coerente …