martedì 4 giugno 2013

Donne e autostima: un binomio non sempre perfetto

Donne che mantengono per anni relazioni con uomini indifferenti ed anaffettivi, donne che intrecciano sistematicamente relazioni con uomini violenti, mogli che subiscono violenze domestiche quotidiane senza il coraggio di ribellarsi: la cronaca ogni giorno sottopone al nostro sguardo incredulo decine di storie analoghe. E allora ci si chiede come mai fatti del genere avvengono con sempre maggiore frequenza e in maniera trasversale, interessando un universo femminile di tutte le età, di qualsiasi condizione sociale e di diverso livello culturale. Ad un esame più attento emerge con forza un filo rosso che lega questi episodi: la scarsa autostima delle donne che ne sono vittime.

Senza necessariamente toccare gli episodi più estremi, la non accettazione di sé si ripercuote in diversi ambiti, anche, e forse soprattutto, in quello delle relazioni sentimentali.
Capita, talvolta, di trovarsi di fronte a comportamenti di cui non si indovinano il significato, il fine, la ragione. E allora si fanno congetture, supposizioni, ipotesi della cui esattezza non si avrà quasi mai conferma. Ho conosciuto decine di donne, e talvolta provato sulla mia pelle, la tortura di lasciare sciolte, nel variegato universo delle emozioni, le briglie della fantasia circa gli intendimenti che guidano il comportamento della persona amata. E allora ci si interroga, ci si dà risposte che di volta in volta mutano con il mutare dei sentimenti, delle speranze, delle ire, delle aspettative deluse, assumendone, ogni volta, i contorni ed i colori, cosicché un gesto che tarda ad arrivare, o un comportamento inatteso, si camuffano di giustificazioni talvolta verosimili, talvolta, invece, improbabili, ma che sempre portano con sé la scia del groviglio inestricabile dei pensieri e delle emozioni di chi elucubra ininterrottamente in attesa del gesto risolutore che, come per incanto, regali finalmente il tassello fondamentale per vedere il mosaico nel suo insieme.
Mi è capitato spesso di notare come in una storia d’amore le aspettative deluse derivino da una errata valutazione dell’importanza che l’altra persona dà al rapporto.
Di frequente le donne danno origine a pensieri ramificati che si avvitano su se stessi, nella speranza vana di riuscire a dare una risposta univoca a domande impellenti.
Come si fa, ad esempio, a decifrare correttamente l’intensità del sentimento dell’altro o la sua volontà di alimentarlo investendo in un rapporto a due? Esistono, cioè, dei parametri oggettivi sulla base dei quali decodificare i reali intendimenti dell’altra metà?
Un tradimento, ad esempio, equivale sempre ad una mancanza d’amore nei confronti della persona tradita? Una telefonata che non arriva, un’attesa protratta più del dovuto, risultano elementi probanti per definire con esattezza la scarsa intensità del sentimento dell’amato?
E, d’altronde, chi stabilisce, qual è il “dovuto” tempo d’attesa di un gesto desiderato, al quale magari si attribuiscono significati distanti anni luce da quelli di cui invece li connota l’altra persona? Esiste un decodificatore di segnali che eviti di investire tempo ed energie in rapporti sbagliati, non tali perché, sulla scia degli eventi, si rompono, ma perché già in partenza destinati a finire in virtù del diverso coinvolgimento delle due parti?

Come si fa, insomma, a capire che siamo di fronte alla persona “sbagliata”? E quando, invece, i nostri dubbi e le nostre perplessità sono riconducibili ad una insicurezza di fondo?

Una pudica dama vestita di verde e d'azzurro

Ha l’aria di una signora raffinata e distinta questa elegante cittadina della Lombardia, quasi inavvicinabile nella sua ricercatezza, ma ad un corteggiatore discreto e rispettoso essa sa svelare con pudore le sue grazie.
Felicemente collocata ai piedi delle Alpi e del Sacro Monte, sulle rive dell'omonimo lago, la “Città Giardino” avvolge il visitatore in un manto di verde e di azzurro, di cui le hanno fatto dono la ricca vegetazione e i numerosi corsi d’acqua che la caratterizzano.
A Varese c’è tanto da vedere, l’importante è predisporre lo spirito alla scoperta di una bellezza quasi sussurrata, mai ostentata e mai volgare, capace, tuttavia, di prorompere con inatteso vigore imponendo sorpresa e stupore al suo cospetto.

La nostra visita inizia da Palazzo Estense residenza di Francesco III d'Este, Duca di Modena e signore di Varese dal 1765 al 1780. Il compito di trasformare l’edificio fu affidato all’architetto Giuseppe Bianchi che ne progettò la facciata su imitazione della residenza imperiale di Schönbrunn, facendo confluire lo stile tardo barocchetto in evidenti influssi neoclassici.
Un inno alla bellezza è lo splendido giardino all’italiana che circonda il palazzo inerpicandosi fino alla cima della collina dalla quale è possibile ammirare un incantevole panorama della città.
Attualmente Palazzo Estense è sede degli uffici Municipali e una sua ala ospita la Biblioteca Civica, ma lasciandosi cullare dalla suggestione del posto non è difficile sentire ancora in lontananza gli echi della vita di corte: grandiose feste, cerimonie nuziali, battute di caccia,  giochi di carte, gare di biliardo, sontuosi banchetti mostrati ai commensali grazie alle portantine, signore riccamente agghindate intente a sorseggiare con malcelata civetteria l’innovativa prelibatezza esotica che appassiona la nobiltà dell’epoca: la cioccolata. Il nostro itinerario prosegue lungo il filo conduttore dei parchi e dei giardini alla volta di Villa Menafoglio Litta Panza: tra i più significativi bene del FAIFondo per l'Ambiente Italiano -la villa fu costruita a partire dal 1748 per volere del marchese Paolo Antonio Menafoglio e domina maestosa e altera il panorama dall'alto del colle di Biumo Superiore. Una visita alla Villa non può prescindere dalla celebre collezione d’arte contemporanea raccolta dal 1956 ai giorni nostri dalla famiglia di Biumo. Nei saloni e nelle grandi scuderie sono, infatti, esposte oltre cento opere di artisti contemporanei, ricchi arredi del periodo che va dal XVI al XIX secolo ed una rilevante  raccolta di arte africana e precolombiana. Ma il fiore all’occhiello della villa resta il suo superbo giardino all’inglese, un vasto parco di oltre 33.000 metri quadrati, ridisegnato nei primi decenni dell'Ottocento in base ai principi del paesaggismo inglese, che andarono ad armonizzarsi con le due grandi fontane centrali, tipiche del giardino formale settecentesco. Il parco offre oggi romantici angoli, come il laghetto, la grotta e la collina del tempietto, dove poter contemplare in assoluta serenità lo splendore dell’insieme.
Altra tappa fondamentale di questo nostro percorso nella Città Giardino è Villa Recalcati, oggi sede della Provincia, emblematico esempio di architettura suburbana settecentesca italiana. Difficile resistere al fascino di una struttura che, trasformata nel 1874 nel “Grande Albergo Excelsior”, ebbe come ospiti illustri Giuseppe Verdi e Gabriele D’Annunzio, diventando un saldo punto di riferimento per le personalità dell’epoca. Quando ne si varca la soglia il motivo di questa preferenza appare nella sua lampante evidenza: il portico a tre archi sembra una scenografica quinta barocca, la sobria facciata prelude alla magnificenza del giardino botanico aperto al pubblico, trapunto di fontane, statue, ninfei e grotte, i meravigliosi affreschi all’interno della villa lasciano stupefatti.

Adagiata su sette colli come Roma, opulenta di fastosi palazzi e ricchi giardini, ma anche di silenti luoghi di culto, la città di Varese saluta il visitatore celandosi ritrosa dietro un velo di pudore, ma suggellando con lo sguardo una promessa di aspettative non disattese.

Furore, il borgo che non c'è


Di Furore si potrebbe dire che è un incredibile fiordo a strapiombo sul mare, che i panorami che qui si ammirano sono mozzafiato, che la storia sembra essersi fermata in una sorta di sospensione temporale. Si potrebbero a ragione riportare i versi di Katia Salvini: “un giardino pensile abbarbicato alla montagna e proteso sul blu del mare e del cielo". Si potrebbe citare la singolare “galleria d’arte” a cielo aperto, costituita da oltre cento muri d'autore, murales e sculture che fanno di Furore un "paese dipinto".
Oppure ci si può soffermare sul paradosso di questo paese che non c’è: Furore non sembra uno spazio fisico, ma un luogo dello spirito, una zona dell’animo dove ci si rifugia per esprimere, sottovoce, i desideri più reconditi del cuore, una sorta di luogo del mito dove lasciarsi cullare dalle proprie fantasie più riposte, lontani dal fragore della vita reale. Eppure questo posto incantato, poco più che accennato, quasi disegnato dalla fantasia dei fratelli Grimm, è stato teatro di una delle più passionali e viscerali storie d’amore del nostro cinema. Qui, infatti, Roberto Rossellini ed Anna Magnani si sono follemente amati, si sono abbandonati alla loro passione, hanno fatto progetti per il futuro, hanno intrapreso liti furibonde, dato vita ad incredibili scenate di gelosia e si sono infine lasciati a causa di un doloroso tradimento. Innamorati del “paese dipinto”, comprarono due “monazzeni”, case di pescatori proprio sulla spiaggia, ironicamente ribattezzate con i loro soprannomi: “ la villa del Dottore” e “la villa della storta”. E qui il regista, nel 1948, girò l’episodio centrale del film “Amore”, protagonista, neanche a dirlo, la Magnani, in una superba interpretazione. Fin dall’inizio del cinema italiano gli scenari romantici e poetici della costiera amalfitana avevano fatto da protagonisti a molti film, ma il vero boom cinematografico si ebbe nel dopoguerra, con il neorealismo e la commedia all’italiana e, appunto, con Rossellini, per i cui film le case popolari, la gente povera ma ingegnosa e lo splendore del paesaggio, fecero da sfondo perfetto. L’episodio centrale del film “Amore” è ambientato nella parte iniziale a Maiori e in quella finale a Furore, luoghi che per le loro spiccate caratteristiche formali ed ambientali bene si prestavano a fare da cornice alla "favola" ideata da Fellini su richiesta della stessa Magnani.
In questo periodo i rapporti tra Roberto Rossellini e Anna Magnani erano intensi, ma già minati dall’ombra della bellissima Ingrid Bergman; proprio durante le riprese del film, infatti, cominciarono ad arrivare le prime lettere dell’attrice svedese che chiedeva al regista un incontro professionale. La prima di queste lettere recitava: "Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire “ti amo”, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei."
Iniziano burrascosi litigi causati dalla gelosia della passionale Magnani e ancora oggi non è difficile incontrare, tra gli anziani del paese, persone disposte a raccontare divertite del famoso episodio di cui furono testimoni, quando, in uno dei ristoranti locali, la Magnani, in preda ad una terribile gelosia, lanciò al regista in pieno viso un piatto di spaghetti al pomodoro.

La loro tormentata e intensa storia d’amore non ebbe un epilogo felice: lei fu abbandonata per la Bergman e lasciò per sempre il romantico nido d’amore. Anna Magnani non tornò mai più a Furore, regalò la sua casa al vecchio custode che ancora oggi la affitta a coloro che vogliono rivivere con la fantasia il paradosso della carnalità di una travolgente passione vissuta, per contrasto, in un luogo etereo e quasi incorporeo. 

Lo scrigno incantato: Albori

Quando, inerpicandosi per le tortuose strade della Costiera Amalfitana, ci si imbatte nel pittoresco borgo di Àlbori, sembra di essere stati catapultati indietro nel tempo: un raggruppamento di case colorate che guardano al mare, addossate le une alle altre e strette tra viuzze e vicoletti interrotti da uno slargo dove la sera si ritrovano gli abitanti.

Non è difficile ancora oggi scorgere donne intente a recitare il rosario e uomini raccontarsi la propria giornata, quando la luce accecante del sole lascia dolcemente il posto al blu più intenso del cielo rischiarato dalle stelle.  
Nel borgo appartato di Àlbori, situato a 300 metri di altitudine, è facile lasciarsi incantare dall’aria dei tempi antichi, dinanzi alla particolarità degli edifici in pietra e calce, che restituiscono intatto il profumo del passato. Queste costruzioni, ciascuna con la propria emozionante storia da raccontare attraverso l’inarrestabile trascorrere dei secoli, sono sormontate dalle caratteristiche tegole napoletane e sono state oggetto di studio da parte di numerosi architetti.
Il paese, infatti, ha mantenuto l'architettura mediterranea originaria, con case a volta caratterizzate da colori marcatamente vivaci, che ne rivelano l’imperturbabile meraviglia, nonostante il fluire del tempo, e che avevano una funzione di “riconoscimento” per i loro abitanti quando vi ritornavano dopo lunghi periodi trascorsi in mare.
Sulle origini del borgo esistono diverse teorie che talvolta si colorano di leggenda: la più affascinante è quella che fa derivare il nome di Àlbori da Arvo, un argonauta al seguito di Giasone che, attratto dalla bellezza del luogo, vi si sarebbe stabilito dopo una tempesta. Secondo un’altra tradizione, invece, Albolo sarebbe il personaggio goto o longobardo che avrebbe dato il nome al casale.
Il nome potrebbe anche designare il luogo in cui anticamente si andava a far legname - albores, alberi - per costruire le navi. O infine richiamare Alba, una sorgente di acqua minerale esistente nella zona.
Di certo l'origine del borgo è marinara, come dimostra l'attuale Marina di Àlbori. Probabilmente gli abitanti, spaventati dalle frequenti scorrerie dei pirati saraceni, decisero di rifugiarsi in un luogo più sicuro, dove costruirono l'attuale borgo, protetto dall'abbraccio del Monte Falerzio. E sono proprio le verdi pendici del monte a fare da suggestiva cornice alle immancabili passeggiate del visitatore lungo il borgo di Àlbori tra cappelle votive dedicate ai santi protettori e panorami mozzafiato che si stagliano contro l’inconfondibile  azzurro del Mar Tirreno.
Il fortunato accostamento di mare e monte contribuisce a rendere il borgo ancora più magico, presentando agli occhi del visitatore uno scenario di incomparabile splendore, tanto che Àlbori è stata inserita dall’Anci (Associazione italiana Comuni d’Italia) tra i 40 borghi più belli d’Italia.
Ma Àlbori non è solo bellezze naturalistiche, grazie ad un patrimonio artistico di tutto rispetto: nella piazza sorge, infatti, la chiesa dedicata a Santa Margherita, giovane martire di Antiochia, al cui interno si possono ammirare pregevoli affreschi di scuola napoletana, di cui fu esponente il celebre decoratore barocco Francesco Solimena (1657-1747).
E dopo aver deliziato la vista, non resta che compiacere il gusto e l’olfatto con gli squisiti prodotti della gastronomia locale: il menu tipico è rappresentato dalle cosiddette “penne alla cuppitiello”, con salsa di verdure di stagione, le "palle di ciuccio", caratteristiche crocchette di patate agrodolci e naturalmente diverse pietanze a base di pesce, insaporite dal succo del famoso limone amalfitano, lo sfusato.
Una visita al borgo di Àlbori svela bellezze spesso poco note del nostro territorio e dà la possibilità di riscoprire, a pochi passi dalle nostre città, veri e propri angoli di paradiso in cui ritrovare una quiete quasi dimenticata, tra piccoli tesori architettonici ed emozionanti paesaggi, lontani dalle mete classiche del turismo di massa e per questo ancora più ricchi di fascino.



Ad Acciaroli, sulle orme di Hemingway

Immaginate un pittoresco borgo marinaro, caratterizzato da acque limpide e cristalline, sormontato da antichissime torri saracene e tutto intorno la magia del Parco Nazionale del Cilento: state immaginando Acciaroli.

Immaginate ora la singolare amicizia tra un burbero americano innamoratosi di queste terre ed un vecchio marinaio del posto, che ha dedicato l’intera vita al mare. State forse disegnando con la mente l’elemento ispiratore di uno dei più bei romanzi della letteratura contemporanea.
“Il Vecchio e il mare” è un’opera emblematica e fortemente significativa del pensiero e della concezione di vita di Ernst Hemingway. Amante viscerale della natura, e spesso della sua brutalità, profondamente attratto dalle mille sfumature dell’animo umano, di cui indaga con un misto di spietatezza e tenerezza insieme le debolezze e le miserie, Hemingway soggiornò diverse volte ad Acciaroli intorno agli anni ’50. Un pescatore, suo amico di dialoghi quotidiani, soprannominato "u viecchio", lo ispirò nella stesura de "Il Vecchio e il mare".
Difficile stabilire con precisione i contenuti dei loro dialoghi quotidiani, tuttavia la fatica profusa nel duro mestiere di pescatore, la probabile saggezza e la prevedibile rassegnazione che ammantavano la vita del vecchio, devono aver agito da fonte ispiratrice per il genio creativo di Hemingway nella stesura di quella che da molti è stata definita la sua opera più triste e poetica insieme: un vecchio pescatore, Santiago, lotta da solo per giorni contro il mare e contro il suo stanco corpo. La preda è uno stupendo e gigantesco esemplare di Marlin, che si arrenderà solo dopo aver fieramente combattuto fino alla fine. Santiago lotta per ottantaquattro giorni contro la sua preda, la cui inafferrabilità lo porta in un crescente vortice di solitudine e delusione. Solo la solidarietà di Manolo, il ragazzo a cui insegna e pescare, e l'esempio dell'italo americano Joe di Maggio, imbattibile capitano della squadra di baseball di New York, di cui rievoca con il ragazzo le imprese sportive lette sul giornale, gli permetteranno di trovare la forza di ritornare in mare. Finalmente Santiago, dopo una strenua lotta durata tre giorni e tre notti, riesce ad uccidere il grosso marlin, provando soddisfazione per aver ottenuto la vittoria finale, ma anche un profondo senso di rispetto per quella fiera preda che per tanto tempo era stata la sua ragione di vita e nella quale si era più volte identificato. Ma il senso di appagamento dura poco: un branco di squali gli strappa la preda, lasciandone solo un simbolico scheletro, quasi a significare la vittoria finale della natura sull’uomo che ha osato sfidarla. La battaglia che il vecchio pescatore ingaggia contro il pescecane è una metafora della vita, della lotta dell'uomo col trascorrere del tempo e con la morte e descrive la disperata lotta per la sopravvivenza che tormentò Hemingway e che lo condusse al suicidio.
Difficile immaginarne il tormento, passeggiando lungo le assolate spiagge di Acciaroli o tra le caratteristiche stradine, scorgendo in lontananza la Torre normanna che nel 1233 l’imperatore Federico II fece inserire tra le torri di guardia del litorale. Di certo è possibile immaginarne l’intenso piacere tutte le volte che i suoi occhi si soffermavano sul lento scorrere della vita degli abitanti di Acciaroli, o sul ritmico frangersi delle onde del mare sulla riva, quando, ci piace immaginare, un pensiero di vita e di serenità invadeva i suoi pensieri, più forte di qualunque senso di solitudine e sconfitta, perché, come dice Santiago: "L'uomo non è fatto per la sconfitta, si può uccidere un uomo ma non sconfiggerlo".
                                                         


Questo blog

Questo blog non nasce da un’idea,  ma da tante idee e da tanti pensieri che a volte si illuminano alla fiaccola del raziocinio,altre si rischiarano alla fiamma dell’emozione, risucchiati in un vorticoso movimento che oscilla tra quella ragione e quel sentimento protagonisti del capolavoro di Jane Austen da due secoli e del caleidoscopio del cuore umano da sempre.


Spunti, annotazioni, itinerari, embrioni di progetti:  questo blog  potrebbe essere una sorta di taccuino on line che racchiude impressioni di viaggi, ricordi d’infanzia, osservazioni su libri letti e film visti, riflessioni su fatti di cronaca. Potrebbe essere. Ma come non è dato sapere cosa sarà dell’esistenza che si ha in grembo, allo stesso modo questo progetto deciderà da solo cosa farà da grande, tracciando probabilmente da sé quel percorso che si suole chiamare Vita.

Quando l'orco non è nelle fiabe


Quella che vi racconto è una storia, ma non è una storia come quelle che si raccontano ai bambini. E’ una storia vera. E’ una storia di soprusi, di ingiustizie, di rassegnazione e di abusi. E’ la storia di alcune donne, ma diventa la storia di tutte le donne. Donne in gamba, intelligenti, capaci, ma inchiodate al muro dall’ottusa ignoranza e dall’arrogante violenza di datori di lavoro senza scrupoli. Questa storia non è ambientata in un indefinito “c’era una volta”, né tanto meno nelle piantagioni di cotone dell’America di Via col vento. Questa storia è qui e ora, in una delle nostre civilissime ed evolute città industrializzate. E le protagoniste sono donne emancipate, lavoratrici e madri, spesso laureate a pieni voti, sono donne moderne, professioniste esemplari che danno un contributo significativo alle aziende presso cui lavorano o lavoravano, perché molte di loro non lavorano più. Sono state licenziate.
E’ la storia di Angela, persona solare, dinamica, vera. E’ sposata con un uomo che ama molto, il loro è un matrimonio basato sulla complicità e la comprensione. Si sono conosciuti durante una vacanza, la storia è iniziata come cominciano molte relazioni, sulla scia del divertimento e della leggerezza; tornati nelle rispettive città nessuno dei due avrebbe immaginato che l’altra persona fosse diventata ormai una parte insostituibile della propria esistenza, tanto che Angela decide di trasferirsi nella città di lui, dove si sposano innamoratissimi. Lei è laureata a pieni voti ed ha maturato una cospicua esperienza in alcune aziende del settore informatico, cosicché quando le si presenta l’opportunità di mettere a frutto le proprie competenze in un’azienda giovane e dinamica, di cui apprezza soprattutto l’intraprendenza del titolare, suo coetaneo, non esita ad accettare l’incarico con entusiasmo.
Inizia a svolgere il suo ruolo di project manager con un forte spirito di abnegazione ed una passione travolgente, trattenendosi spesso oltre l’orario d’ufficio e facendo molte ore di straordinario, peraltro non retribuito. Angela è affabile e gentile con i clienti, non si lamenta mai ed ha una spiccata capacità di negoziazione, così tipica dell’universo femminile. L’ambiente è cordiale, con i colleghi riesce ad instaurare un rapporto di immediata simpatia reciproca, tanto che molti diventano suoi amici da frequentare piacevolmente anche dopo il lavoro. Angela è finalmente serena, le difficoltà iniziali di ambientarsi in una città diversa dalla sua appaiono superate, il lavoro le dà gratificazioni, i colleghi la stimano, il suo matrimonio procede a gonfie vele.
Manca solo un tassello a completare il mosaico perfetto della sua vita: un bambino. Quando si rende conto di volere davvero un figlio, e che il marito condivide pienamente il suo desiderio, inizia ad immaginarne il volto, gli occhi che vorrebbe neri e profondi come quelli del compagno, le minuscole manine che vorrebbe le accarezzassero il viso teneramente. Ma il bambino tarda ad arrivare, tanto che Angela inizia a preoccuparsi e a sottoporsi ad alcuni accertamenti medici che, però, escludono qualsiasi problema; forse l’eccessivo stress non aiuta, le dice la sua ginecologa, ma Angela non riuscirebbe mai a svolgere con minore ardore il suo lavoro, che ama ogni giorno di più.
Finalmente un giorno scopre di essere incinta: ora la sua felicità è completa. Continua a lavorare senza sosta fino all’ottavo mese, senza risparmiarsi. Il suo titolare ne apprezza il senso del dovere e non lesina sugli elogi, soprattutto quando Angela, grazie alla sua costanza e alla sua determinazione, riesce a chiudere un contratto importante con un grosso cliente, da tempo corteggiato dalla sua azienda. Tutto procede a meraviglia, il corredino del bambino, che ha scoperto essere una femminuccia, è pronto, un trionfo di rosa a cui contribuiscono anche le amate colleghe, ormai amiche per la pelle.
Poi, poco prima della maternità, la doccia gelata: l’azienda le chiede di dare le dimissioni. Non può, infatti, licenziarla, ma le fa capire esplicitamente che non ha più bisogno di lei e a nulla valgono le sue proteste e i suoi rifiuti, che diventano sempre più flebili, fino a smorzarsi seppelliti dalla pesante coltre del senso di colpa, perché le viene insinuato il dubbio che un’eventuale azione legale contro l’azienda danneggerebbe irrimediabilmente i suoi colleghi che ancora vi lavorano. Angela è incredula, stenta a credere che tutto quello che aveva costruito con amore e dedizione fino a quel momento stia per essere spazzato via; inizia ad accusare un profondo malessere che si traduce in una minaccia di aborto. Di fronte alle legittime richieste di una spiegazione plausibile trova il muro impenetrabile di un datore di lavoro diventato improvvisamente ostile. Per farle capire che sta facendo sul serio la sposta persino in un altro ufficio, angusto e senza finestre, lontana dalla sua postazione e dalle sue colleghe. Probabilmente un assaggio di quello che le toccherebbe sopportare se rifiutasse di licenziarsi. Così Angela, sfinita e amareggiata come mai prima d’allora, decide di arrendersi.
E’ una calda mattina di luglio quella in cui, seduta di fronte al suo titolare, che evita accuratamente di guardarla negli occhi, versa due lacrime sulla lettera in cui comunica “con la presente, le proprie dimissioni con decorrenza immediata”. Ora Angela si ritrova all’improvviso senza lavoro, il lavoro che amava profondamente e per il quale aveva dato tutta se stessa.
Ma Angela non è un caso isolato: altra azienda, altra lavoratrice. Veronica ha un carattere tranquillo e accomodante e questo piace ai suoi interlocutori ai quali riesce ad infondere serenità. E’ una persona colta e preparata, ama leggere, aggiornarsi. La sua cultura classica, perfezionata con una laurea in lettere, le consente di svolgere al meglio i progetti di formazione di cui il reparto aziendale appena inaugurato si occupa. La sua proverbiale discrezione la rende una confidente preziosa per molte delle sue colleghe con le quali, durante le pause pranzo, ama condividere i piccoli problemi della quotidianità.
Veronica ha una bambina che adora e riesce a conciliare, non senza sacrifici, casa, lavoro, marito e figlia, grazie al suo inappuntabile senso di responsabilità e ad una madre molto presente. Un giorno Veronica scopre che sta per dare un fratellino alla sua bambina. Commossa e felice lo comunica al suo titolare, con il quale ha anche un rapporto di amicizia; spesso lei e il marito, infatti, sono stati a cena da lui e la moglie. Hanno persino trascorso le vacanze estive insieme. Il datore di lavoro accoglie la notizia con apparente gioia e scherza finanche sul fatto che sta per diventare “zio”. Dopo qualche tempo, però, Veronica inizia ad accusare alcuni malesseri che la costringono ad assentarsi dal lavoro per qualche giorno. Quando ritorna lo scenario è cambiato: il titolare non l’accoglie con alcun sorriso, non le chiede neanche come sta. La chiama nel suo ufficio, la fa accomodare, la guarda duramente e le porge una lettera: è una lettera di dimissioni. Lei lo guarda allibita, lavora in quella azienda da cinque anni e ne é diventata una delle colonne portanti, non può credere a quello che vede. Lui le dice che l’azienda sta navigando in cattive acque e che preferirebbe che lei andasse via; naturalmente lui non può licenziarla in “quello stato, dannata legge di tutela delle donne”, ma lei può rassegnare le dimissioni. Veronica rifiuta con forza e indignazione, gli urla contro tutto il suo sdegno e va via sbattendo la porta. L’indomani si presenta al lavoro come sempre e sulla sua scrivania trova nuovamente la lettera di dimissioni. Dopo pochi minuti la raggiunge il titolare, le porge una penna e le dice: <<Sei libera di non firmare, ma io ti farò scontare ogni giorno di malattia, di permessi e di assenze varie. Ti renderò la vita un inferno, fosse l’ultima cosa che faccio >>.
Veronica ci pensa per giorni, ne parla con il marito e con un avvocato, ma alla fine decide che tutta questa tensione fa male al bambino che porta in grembo e firma la lettera con le lacrime agli occhi.
Oggi ha un altro lavoro, aspetta il terzo figlio, ma non ha mai dimenticato questa storia.
Altra città, altra azienda. Questa volta il settore riguarda l’organizzazione di eventi. Quasi tutte donne, il titolare è un uomo rozzo e ignorante, arrogante e violento. Luisa è una delle ultime assunte, il nominativo dell’azienda glielo ha fornito una sua ex collega che ha avuto modo di conoscere il “signore” in questione in occasione di un convegno, durante il quale i suoi modi erano ben lontani da quelli che riserva abitualmente alle sue collaboratrici. Ma Luisa ancora non lo sa. Durante il colloquio non ha un’ottima impressione e torna a casa con una sgradevole sensazione appiccicata addosso. Poi, però, si rianima e pensa a quanto sia difficile trovare un lavoro di questi tempi. Quando, quindi, viene chiamata dalla segretaria dell’azienda che le comunica il superamento della selezione, non può trattenersi dal ringraziarla calorosamente, ignorando il sospiro trattenuto della donna, quasi un tacito segnale di mille cose non dette.
Fin dai primi giorni del suo nuovo lavoro Luisa impara che il prezzo della sua dignità va ben oltre gli ottocento euro al mese del suo stipendio, misero bottino, paragonato ai tanti sacrifici fatti per conseguire l’agognata laurea in Economia Aziendale. Il titolare, infatti, è solito insultare le sue dipendenti in modo irripetibile ed è suo costume alzare la voce anche per inezie. Le sue collaboratrici sono donne laureate e preparate, lui, assolutamente incolto, vive un profondo senso di inferiorità che trasforma in prepotenza inaudita. Ama creare un clima di terrore, è l’unica forma di potere che conosce, non avendo qualità né propensioni, ma solo la fortuna, che non è un merito, di essere molto ricco, abusa continuamente del suo potere con continui scatti di violenza, prendendo a calci porte, sbattendo i pugni sulla scrivania, lanciando oggetti, facendo sobbalzare le sue dipendenti ogni giorno. Alla sua prepotenza fa da contraltare un profondo atteggiamento servile nei confronti dei “potenti”: assessori ed esponenti delle istituzioni che gli procurano lavoro. Il suo abuso di potere si estende anche alle molestie: abbracci fintamente innocenti e soprattutto non desiderati, dati sempre con malcelata noncuranza. Per non parlare delle continue allusioni e degli incessanti doppi sensi, delle battute volgari che è solito fare soprattutto quando fa branco con i pochi uomini dell’azienda.
Una mattina Luisa, varcando la soglia del cancello condominiale, ha la triste sorpresa di appurare che la sua auto non c’è più. Sparita nel nulla, l’auto che stava ancora pagando a rate sembra essersi volatilizzata. Corre dai carabinieri per sporgere denuncia, correndo trafelata avvisa l’ufficio dell’accaduto. Quando arriva al lavoro, angustiata e abbattuta, il suo titolare l’aggredisce urlandole contro che non è disposto a tollerare un altro ritardo per nessun motivo; quando lei cerca di spiegargli l’accaduto lui tuona che sono cose che non lo riguardano e che, qualora dovessero ripetersi, la butterà fuori a calci.
Angela, Veronica, Luisa: tre donne diverse, con lavori differenti così come differenti sono i loro modi di agire, di sentire, di amare, di soffrire. Ma tutte accomunate dagli stessi, ingiustificabili soprusi. 
Verrebbe da dire: perché non reagiscono? Perché non denunciano? Ma è facile giudicare. Sono donne che hanno bisogno assoluto di lavorare, ribellarsi non è facile; alcune sono donne sole con figli da mantenere, altre cercano di reagire, rispondono agli insulti, alzano la voce di rimando, ma la loro vita è diventata un inferno e il lavoro un campo di battaglia. La verità è che questi esempi non sono episodi estremi, sono all’ordine del giorno in moltissime aziende e a farne le spese sono donne in gamba, autonome, indipendenti, non sprovvedute, come si potrebbe pensare a prima vista.
Potrei raccontarvi decine di storie come queste, storie di brillanti professioniste che in fase di colloquio si vedono proporre uno stipendio inferiore rispetto a quello degli amici uomini con lo stesso titolo di studio e le medesime esperienze lavorative (maturate persino nella stessa azienda), potrei raccontarvi di donne incinte costrette a lavorare in ambienti dove si fuma ininterrottamente, potrei raccontarvi ...
Non commettete l’errore di pensare: a me no, a me non può capitare. Non è così. Il mondo del lavoro in molti casi lascia spazio ad individui arroganti e violenti, incapaci di confronti dialettici, ma assolutamente avvezzi alla violenza e all’uso intimidatorio di un potere che il ruolo ricoperto non giustifica in alcun modo. La violenza contro le donne ha molte facce, quella sul luogo di lavoro è una delle più tristi e parla di storie dove l’orco non è relegato alle fiabe per bambini e dove il lieto fine spesso non esiste. Storie vere. Storie che accadono qui e ora
(Articolo pubblicato sulla rivista Confidenze).